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giovedì 26 dicembre 2019

Come dopo una sbronza




Capita all'improvviso, la stessa sensazione che si prova quando qualcuno in piena estate ti lancia un gavettone di acqua gelata... pochi secondi di respiro trattenuto, il senso di smarrimento, gli occhi che guardano a destra e sinistra cercando il colpevole e poi l'indecisione tra il ridere e l'incazzarsi.

Capita all'improvviso, come dopo una sbronza, i ricordi un po' annebbiati, il senso di euforia che se ne è andato, le emozioni amplificate diventate un ricordo; ti svegli e sei di nuovo tu.

E non sai bene dove sei stato.

Ti ricordi che ad un certo punto hai sentito un brivido, e non di freddo; sai che uno sguardo ti è entrato dentro e ha smosso qualcosa; sai che hai iniziato a desiderare di rivedere quello sguardo ancora e ancora. E poi le parole, il sorriso che spunta ebete, la voglia di essere belli, l'energia che aumenta, il rossore sulle guance.

E dalle parole ai fatti, piccoli momenti condivisi ed eccola lì: la fottuta speranza, la voglia di credere ancora che qualcosa sia possibile.
Il cervello lotta con tutto il resto dei sensi per avere la meglio, perché sa che sei ubriaco di vita e tenta di riportarti all'ordine, ma tu non lo ascolti; quel rimestio nello stomaco è più forte della tua esperienza, della tua saggezza, della tua età, della ragione.

E ti aggrappi ad ogni soffio di attimo per restare sbronza di emozioni, come un vecchio alcolizzato che finisce i fondi dei bicchieri abbandonati.
E vuoi bere ancora e ancora...

Ma poi arriva: il momento in cui ti svegli, in cui ti chiedi come hai fatto ad essere così innocente, sprovveduto, adolescente eterno che non impara mai.

Ma dopo il getto d'acqua gelata, ritorni nella fortezza, a smaltire la delusione e ogni volta diventa più difficile lasciarsi travolgere, crederci diventa quasi impossibile.

Ma in fondo ognuno di noi spera di sentir stappare di nuovo una bottiglia, perché ubriachi si sta bene.


Dedicato alle mie amiche innamorate: continuate a bere.











venerdì 29 novembre 2019

Nessuno è troppo grande per un abbraccio





"Nessuno è troppo grande per un abbraccio. 
Tutti vogliono un abbraccio. Tutti hanno bisogno di un abbraccio." 
diceva Leo Buscaglia, 

e credo sia vero, così tanto che a Milano ha aperto il primo negozio dedicato alla Hug Therapy, dove tanti morbidi peluche ti aspettano per farsi stringere.

Parlo chiaro: non discuto l'idea che anzi trovo originale, ma è davvero quello di cui abbiamo bisogno? Andare in un locale pubblico ad abbracciare un morbido pupazzone?
Una mia amica direbbe che di "pupazzi stronzi ne abbiamo abbracciati tanti, che forse quello di peluche è il più innocuo" e non ha tutti i torti.

Ma davvero le persone non sanno più volersi bene o entrare in empatia?
E non parlo solo d'amore: che bello è l'abbraccio di un'amica o amico quando sei triste, di un figlio che si stringe a te per sentirsi sicuro, della tua squadra dopo un successo sportivo?

E invece pare non si usi più, ma non per questo ne sentiamo meno il bisogno.

Eppure siamo tutti emancipati, sessualmente liberi, ma pare essere più facile fare sesso senza impegno che lasciarsi andare ad un caldo abbraccio. E' come se l'intimità, quella vera, quella del sentimento e dell'emozione, fosse proibita, da nascondere, creasse vergogna.

E dopo l'abbraccio di un enorme coniglio bianco in fibra sintetica, magari mentre beviamo da soli un bicchiere di vino, qual è lo step successivo? Ordinare l'animaletto abbraccioso nel colore preferito on line, così non dobbiamo nemmeno più uscire?

Dal momento che il potere terapeutico di coccole ed abbracci è provato, non possiamo semplicemente tentare di avere meno paura e lasciarci andare?
Potrebbe andare male, si; possiamo rimanere feriti, e so benissimo di cosa parlo, e conosco benissimo il  volersi proteggere, la paura di fidarsi dell'altro, ma so anche che nessuna di queste sensazioni è tanto brutta quale quella di desiderare di avere qualcuno vicino a cui appoggiarsi per qualche minuto, e sentirsi soli.


E vi lascio con queste parole di Jacques Prévert:

Migliaia e migliaia di anni
Non basterebbero
Per dire
Il minuscolo secondo d’eternità
In cui tu m’hai abbracciato
In cui io t’ho abbracciato.


domenica 17 novembre 2019

Gli umani che fissano le capre








Non ricordo bene cosa accadesse nel film “L’uomo che fissavale capre”, ricordo meglio uno strampalato George Clooney con addosso imbarazzanti camice hawaiane, ma quel titolo mi sembra ottimo per descrivere una consuetudine assai diffusa, del tutto irrazionale che però ci ha visti tutti protagonisti almeno una volta: fissare un oggetto perché qualcosa succeda.

Ad esempio, avete mai osservato le persone alla fermata dell’autobus? Anche al mattino presto, quando è ancora buio e la nebbia rende liquida la città, le teste delle persone alla pensilina sono voltate con sguardo fisso e ossessivo verso la strada in attesa del bus.
Nonostante ci siano app o display che comunicano l’orario di arrivo, ripetutamente si fissa il punto di fuga là in fondo perché è noto, se si fissa con intensità, arriverà il mezzo.
Ndr: per il bus, c’è anche il sistema “mi accendo la sigaretta, così arriva”, ma questa casistica non è contemplata nell'argomento di oggi.

E che dire del telefono?
Da Bridget Johnes a Martina stella ne “L’ultimo bacio”, la filmografia ha spesso ben descritto l’attesa di una telefonata, soprattutto dall’amato. Ma non si tratta di scene da cinema, perché lo abbiamo fatto tutti, o almeno TUTTE.
Avete presente gli aperitivi tra amiche alla Sex and thecity? Bene, c’è sempre una che guarda ripetutamente il telefono, lo spegne, lo riaccende, lo sbatte, lo FISSA, lo FA FISSARE alle altre.

E comunque non suona mai.

E che dire del mistero più grande, quello che ha messo in crisi lo stesso Adam Kadmon, riguardo gli uomini che aprono il cofano della macchina e fissano il motore? No, ve lo assicuro, non stanno facendo un’attenta analisi, non è una sessione di QA-test-and-debug (omaggio ai miei amici developer), sperano che qualcosa accada, che il rombo riparta da solo, per magia, grazie all’intensità dello sguardo.

Di casi ce ne sono tantissimi e spero che leggendo queste righe vi siano venuti in mente facendovi sorridere.
Io nel mio piccolo sto fissando una porta, perché anche io spero che qualcosa accada, anzi che qualcuno entri.

(Foto scattata a Parma, all'interno del Battistero).

lunedì 4 novembre 2019

Qual è il punto di arrivo dell'attesa?




Qual è il punto di arrivo dell’attesa?
Quando aspetti, quando desideri, quando sogni... quando smetti di farlo?
Quando, una variabile che non dipende da te, arriva al capolinea?
Quando ciò che ti da’ speranza - uno sguardo, una risposta che deve arrivare, un “ le faremo sapere “ - arriva al capolinea?
Quanto tempo ha l’attesa prima di morire?

Dipende dalla domanda, direte voi.


Appunto.


Tanto è più forte l’intensità della domanda, tanto più forte il desiderio della risposta, quanto più breve deve essere l’attesa.


Perché non c’è niente di peggio che attendere che un sogno si realizzi. Quando desideri qualcosa, lo vuoi vivere, non aspettare.

domenica 3 novembre 2019

Anche se non vi piace, fate conoscere l'arte ai ragazzi. Le sorprese di un adolescente.




Sembra scontato, lo so; ma è scontato per coloro che hanno la passione e la curiosità per l'arte, classica o moderna che sia. Ma per moltissime famiglie andare in un museo o ad una mostra con i bambini o i ragazzi assomiglia a un incubo.

Quando sono piccoli è facile: si meravigliano per i colori, stanno in braccio o ti tengono per mano e se sono stanchi, crollano sulla spalla. 

Ma da adolescenti, è tutta un'altra cosa; sembra che di colpo il cervello si spenga e le uniche cose importanti della vita siano l'abbigliamento, la musica, il telefono.

Ma diamo un po' di fiducia a questi ragazzi; lasciamoli liberi di creare uno spirito critico.

Ieri ho portato mio figlio di 12 anni ad Artissima; immaginavo il muso lungo e un mantra di sottofondo che intonava "quando ce ne andiamo?", invece sono rimasta meravigliata e ho, io per prima, imparato.

Ho scoperto che eravamo attratti da opere diverse, ed era bello capire perché e commentare; abbiamo riso davanti sculture a cui davamo strambi significati e abbiamo trasformato i visitatori bizzarri in personaggi di una saga inventata sul momento.

L'ho sentito chiedere in inglese il permesso di entrare negli stand e chiacchierare in inglese con qualche hostess (devo dire molto carine... forse stava baccagliando...).

L'ho lasciato scattare foto con il cellulare, scoprendo così il suo punto di vista e anche che ha un occhio niente male per le inquadrature; ha fotografato anche me, e così ho notato che nelle prime foto, appena iniziata la visita, avevo un'aria severa, rigida, ero io la musona; ma poi nelle ultime foto mi ha ritratta sorridente e colorata, con la mia aria da bambina che vuole giocare che, chi mi conosce bene, sa essere parte della mia essenza.

E poi, davanti ad una serie di catene appese che io stavo chiaramente snobbando, lui mi ha detto che non capivo: le catene erano il potersi arrampicare per andare in alto, oppure per dondolare avanti indietro, come tra il passato e il futuro, e anche la forza perché la catena non si rompe. In meno di 30 secondi mi ha dato tre versioni della stessa opera, ed ora è quella che ricordo di più, anche se non mi piaceva.

Quindi diamo fiducia a questi giovani cervelli e cuori che hanno solo bisogno di trovare spunti per prendere forma, mille forme, mille colori.

Infine piccola nota pratica:
andare con i bambini nei musei o agli eventi artistici è una buona palestra per insegnare che non si corre, non si urla, non si tocca (quando sono piccoli).
Quasi tutte le grandi città hanno formule di card per i musei che consentono gli ingressi gratuiti o scontati; inoltre la prima domenica del mese i musei sono gratis.
Per convincere le teste di cocciute, suggerisco di proporre un'alternanza di attività, come ad esempio prima visitare un museo e poi andare a fare un picnic al parco, oppure un giro per guardare le ultime scarpe alla moda nei negozi per ragazzi.

Anche se non vi piace, provateci; magari anche voi scoprirete qualcosa di nuovo.


martedì 1 ottobre 2019

L'uomo ideale è sposato e ha 90 anni





Ero in ascensore, in una struttura pubblica. Si aprono le porte e l'anziano signore di fianco a me esce di fretta. Poi torna indietro e mi dice:

"Le chiedo scusa, ero sopra pensiero e non l'ho fatta passare. Sono stato un maleducato. 
Posso offrirle un caffè per scusarmi?"

A parte l'inaspettata galanteria, degna di altri tempi, ad un invito così cortese non si può dire di no.

Ed è così che l'anziano signore, quasi novantenne ma in splendida forma, mi racconta che è sposato da oltre 60 anni, che sua moglie non ha mai lavorato fuori casa e lui la ringrazia ogni giorno per  aver cresciuto tre figli e 4 nipoti e per averlo sempre accolto con il sorriso quando lui tornava a casa.

"Se non ci fosse lei, sarei perso. 
Noi uomini dobbiamo ringraziare per avere voi donne al nostro fianco: come fate a fare così tante cose? 
Come fate ad essere così forti? Senza di voi, siamo persi".

E poi aggiunge:
" Una volta parlare di parità era strano, ma io sono d'accordo. 
Solo che la parità non è usare un linguaggio volgare o lavorare 12 ore al giorno. 
La parità è nel rispetto, nella gentilezza, nel riconoscere quello che si fa ogni giorno, nell'ascoltare le opinioni dell'altro".


Il gentile signore mi ha poi salutata con un baciamano.

Sicuramente oggi noi donne siamo abituate ad un'alta indipendenza e anzi proprio io, in veste di donna lavoratrice mamma single, difendo le mie "conquiste" con forza. Però è vero che ci siamo perse per strada il piacere della galanteria e anzi troppo spesso vedo donne (anche amiche) "con le palle", che fanno carriera, viaggiano, aggiustano la lavatrice, crescono figli da sole... che poi si fanno trattare da schifo da uomini anonimi, sopportano tradimenti, relazioni a metà, attendono ore una chiamata... e non entro nel merito dei casi di violenza.

Allora forse il simpatico signore di novant'anni, non ha tutti i torti. L'uomo ideale non è quello che ti fa fare la vita da single mentre sei in coppia, ma quello che sa che la coppia (e ora faccio una citazione) è un 11: due persone distinte, che potrebbero benissimo avere valore da sole, ma che insieme formano un numero indivisibile.


Nota: la foto è stata scattata alla mostra "Art Nouveau" presso La Reggia Di Venaria.

venerdì 27 settembre 2019

Grazie per avermi chiamato CICCIONA.



E' arrivata come una battuta, detta con il sorriso, ma con quell'espressione tra il sadico e l'ironico. E' arrivata da qualcuno che sa solo il mio nome di battesimo e le informazioni sufficienti per una conversazione generica, ma forse, proprio per questo, con il senso di libertà che ha chi non rischia nessuna conseguenza.

"Sei una donna in gamba, peccato tu sia CICCIONA".

Proprio così, dal nulla.
Di colpo il mio essere in gamba è risultato in secondo piano rispetto al mio aspetto.

E sapete qual è stata la mia reazione?
HO RISO COME UNA MATTA.

Sono la prima che, da quando ha smesso di fumare acquisendo una certa morbidezza come conseguenza, si lamenta dei bei tempi e addominali che furono, ma ho trovato così ridicolo e imbarazzante avere difronte una persona over 40 che come unico mezzo per attirare l'attenzione, ha utilizzato la critica al mio fisico.

Perché parlo di "attirare l'attenzione"? Ricordate da ragazzini quando, davanti a qualcuno più bravo o che piaceva, per non riconoscere il merito , lo si criticava? 
Appunto da ragazzini, quando gli strumenti linguistici sono limitati e la prontezza di risposta pari ad un vecchio CIAO senza miscela.

Ho riso poi perché di colpo mi sono sentita leggera, non nei chili, ma nell'anima; il mio spazio fuori rappresenta tutto lo spazio che ho anche dentro, di idee, di cuore, di risate, di affetto, di seduzione, di intelligenza, di capacità di lottare; la mia mole, non più taglia 38, forse rappresenta fuori la roccia che sono dentro e allo stesso modo, la morbidezza che questa roccia sa avere quando apre le porte del suo mondo.

Grazie per avermi chiamato CICCIONA, perché ho capito che non me ne frega nulla. Per anni, soprattutto da ragazzina, avevo paura: del giudizio, di non essere bella, di non essere alla moda, di essere rifiutata,
di non essere omologata...

Ora finalmente so che non essere omologata è una grande fortuna.
E non avere l'ansia della perfezione, fuori e dentro, una grande conquista.

E vi dirò di più: se non ci sono problemi di salute, qualche chilo in più "acchiappa"!


ndr:
La foto è uno scatto uscito per sbaglio durante la realizzazione del progetto #si_o_no_project a cui sto lavorando.

giovedì 16 maggio 2019

La ricostruzione dell'isola della stupidera




Ieri sera con mio figlio ho rivisto Inside Out, meraviglioso film di animazione del 2015.
Mio figlio, oramai dodicenne, è appena entrato nella fase in cui le isole dell'infanzia si sgretolano e compaiono tutti quei sentimenti  contrastanti che trasformano qualsiasi dolce bambino in una figura borderline, più simile all'Idra a 9 teste che ad una creatura umana; io,invece, mi sono resa conto che ad un certo punto della vita, quelle isole si ricostruiscono.

Torna la voglia di leggerezza, di giocare, di non essere  un adulto responsabile 24 ore al giorno, di fare cose sciocche senza vergognarsi.
Mi è capitato di recente di andare a giocare al laser park con gli amici, e poi passare con loro il pomeriggio a saltare la corda al parco e cantare a squarciagola canzoni assurde.
Con mio figlio, in una giornata in cui non era posseduto dall'entità ormonale del dodicenne, ho attraversato agli incroci camminando come un gambero o saltellando in modo assai ridicolo.
La domenica mattina balliamo in mutande e calzini, usando lo spazzolone come asta del microfono.
Ma gli episodi di stupidera non finiscono qui.

Mi è anche capitato di conoscere persone nuove e non sentire il peso di dover piacere a tutti i costi, di essere felicemente spettinata, di essere io quella che propone un bicchiere di vino ad un uomo, senza preoccuparmi di apparire frivola.

Ad un certo punto, le isole della leggerezza riprendono forma, se lasciamo loro lo spazio. Troppe persone sono imbruttite dal dover sempre dimostrare di essere all'altezza, di essere vincenti, colte, preparate, alla moda, forti, aggiornate, circondate di altre persone vincenti (ma troppo spesso solo virtuali).
E queste persone, forse la maggioranza, guardano con sospetto chi, come me, ha scoperto che lasciarsi andare ogni tanto fa solo bene.
Cultura, preparazione, simpatia, qualità etc... quando ci sono, escono da sole. Se le abbiniamo ad un sorriso, hanno ancora più gusto.

Quindi ben ritornata stupidera; peccato aver perso tanto tempo ad essere sempre e solo seria.


martedì 29 gennaio 2019

Quando abbiamo smesso di essere umani?



Di solito non parlo dei fatti di cronaca né di politica; parlo di vita in stile vintage, in cui i tempi sono rallentati, parlo di eventi, divertimenti, occasioni piacevoli.
Ma faccio un'eccezione.

Mi si è rotto il cuore sentendo la notizia della morte di Giuseppe, un bambino di sette anni ucciso dalle botte. Ho pianto pensando a cosa possono aver passato quei tre bambini, ogni giorno, in quella casa; e ho pianto ancora pensando ai due sopravvissuti che per tutta la vita porteranno le ferite di questa terribile storia e che ora sono DA SOLI, nemmeno una persona cara che li abbraccia.

E poi ho pensato alla loro mamma.
MAMMA: è colei che ti protegge, ti difende, trova sempre il modo di dirti che andrà tutto bene. Quale enorme paura ha impedito a quella donna di salvare i suoi figli, di fare la cosa più naturale del mondo?
In quale punto la paura di essere sola si trasforma in cieca accettazione di un demonio in casa?
O forse è anche lei un mostro come il suo compagno?

Sul "compagno" non mi pronuncio.

Mi pronuncio però su ciò che davvero mi ha più sconvolto: quando le persone si sono trasformate da esseri umani in macchine indifferenti?
Come è stato possibile che nessuno abbia provato a salvare quei bambini?

Davvero le persone sono diventate così asettiche?
Quante volte li hanno sentiti urlare e piangere o li hanno visti nel cortile o per strada o a scuola con i lividi addosso?
E cosa hanno fatto?
Alzato il volume della televisione? Sparlato con altri vicini, genitori, insegnanti, criticando quella "famiglia" scomoda, rumorosa, "quella donna con 3 figli che si è messa in casa un poco di buono"?
Oppure semplicemente, è più facile non immischiarsi, nessuno ha voglia di avere a che fare con i problemi, nemmeno se sono problemi di tre bambini massacrati di botte.

Magari le stesse persone sono poi dei leoni sui social, pronti a scrivere frasi ad effetto per buone cause... ma no... intervenire per i piccoli della casa a fianco, meglio di no, troppe rogne.

In quante vie, paesi, città ci sono bambini o donne che urlano e nessuno ha voglia di sentire?

Quando abbiamo, e ripeto ABBIAMO, smesso di essere umani?




Immagine: Le visage de la guerre, S. Dalì.

venerdì 4 gennaio 2019

"I’m not Cinderella, I just love shoes": un angolo di paradiso!



Fino al 13 Marzo è possibile ammirare la storia dell'evoluzione di uno degli oggetti più amati dalle donne: le scarpe con il tacco.

Le quaranta calzature prendono vita e sono raccontate attraverso un allestimento che fa riferimento all'identità, i valori e le motivazioni di quattro possibili profili psicologici di donne - Eleganza equilibrata, Ambizione grintosa, Successo estetico e Creatività audace - in cui ognuna di noi può ritrovarsi.

All'interno di una "scatola bianca", creata appositamente per dare evidenza alla bellezza e alla preziosità delle scarpe esposte, si passa dallo zoccolo di legno alle collezione degli anni '60, ad oggi.

Diversi i modelli che raccontano la creatività degli stilisti e, ancora di più, le abilità artigianali.

Tutto questo presso ilT Fondaco dei Tedeschi di Venezia, il nuovo Luxury Shopping Center di Venezia

"I’m not Cinderella, I just love shoes” 
Mostra organizzata in collaborazione con il Museo della calzatura di Villa Foscarini Rossi.
Fiano al 13 marzo 2019, Venezia